L’AUGURIO PIU’ BELLO

Un Natale e un fine anno diversi. Dalla finestra osservo il silenzio, il deserto. Ti vedo scambiare “trasgressivamente” uno sguardo, un bacio, un abbraccio, un regalo.

Mi rivedo al mare, in un viaggio, al campo sportivo. Tutto ciò che si amava ci è tolto, forse per sempre. E i ricordi, come diceva Pasolini, fanno venire la voglia quasi di andarsene da questo mondo.

Ma l’augurio più bello è lottare o impegnarsi insieme per le nostre idee e i nostri ideali, sino alla fine. Ne vale veramente la pena, in ogni campo della vita.

DON SEBASTIANO FATTIZZO UN PRETE DIVERSO

A 21 ANNI DALLA MORTE RICORDIAMO IL SUO IMPEGNO PER IL RECUPERO DEI VALORI E BENI CULTURALI DELLA GENTE DEL SUD ITALIA E L’ACCUSA CONTRO I RESPONSABILI DELLA LORO DISTRUZIONE

Il giovane don Sebastiano Fattizzo, sacerdote, studioso, scrittore

Lo incontrai per la prima volta nel febbraio 1997, ad un anno circa della sua scomparsa (31.01.1998). Lo avevo invitato in un’assemblea dell’Itis, la mia scuola, perché le classi seconde svolgevano una ricerca sulla Torre del Palazzo Marchesale di Galatone. Accettò volentieri, benché anziano e malato, l’invito a discuterne con gli alunni. Fu una delle assemblee più vive e interessanti. Tutti rimasero colpiti per la sua disponibilità al dialogo, la sua capacità di comunicazione.

Don Sebastiano si era da sempre impegnato per la tutela dei beni culturali e delle tradizioni popolari. Alla sua lotta ventennale si devono il recupero della Chiesa dell’Odegitria; il ritorno a Galatone e la collocazione in questa chiesa della statua della Madonna di Costantinopoli (fine 1200-inizi 1300), portata via dalla Chiesa Madre, abbandonata nel bosco della Cenata Vescovile di Nardò e deturpata dai ragazzi delle Colonie estive; il ripristino di “Lu piru ti l’acchiatura” il 31 gennaio 1988 in contrada Luna.

La scultura in pietra leccese della Madonna, databile tra 1200 e 1300, portata via dalla Chiesa Madre di Galatone nel boschetto della Cenata Vescovile di Nardò, ritornata a Galatone e collocata nella Chiesa dell’Odegitria grazie all’impegno di don Sebastiano.
Galatone: Chiesa dell’Odegitria, risalente al 1100, dopo il restauro

Don Sebastiano si era dedicato ad un faticoso lavoro di ricerca storica. Aveva recuperato e studiato le carte, scritte in latino, rimaste nell’archivio della Chiesa Madre. Sono soprattutto i cosiddetti Codici: come il Codice Galatonese 5 del 1501, tratto e mutuato da un altro manoscritto del 1452. Lo aveva fatto prima per sé e poi, spinto da un suo maestro, per contribuire ad una crescita spirituale e culturale degli altri. Il suo metodo consisteva nella lettura delle fonti storiche, ma anche dei segni del passato e nell’osservazione diretta: convinto che il passato serve per una migliore comprensione del presente. Il passato del Sud Italia è greco-bizantino. La gente meridionale è stata, per un lungo periodo, sotto l’Impero Romano d’Oriente o bizantino (VII-XI sec.). Ne sono rimasti molti segni e testimonianze: casali come Fulcignano e Tabelle, abbazie come S. Angelo della Salute e S.Nicola di Pergoleto, la masseria Corillo, chiese, cripte.

Chiesa dell’Odegitria, esterno, lato sud-est, dopo il restauro
Chiesa dell’Odegitria, parte absidale esterna dopo il restauro

Don Sebastiano ci fa sapere che la Chiesa dell’Odegitria (XII sec.), dedicata alla Madonna di Costantinopoli, è stata costruita su una cripta risalente al VII-VIII sec. circa. L’originaria Chiesa Madre, distrutta alla fine del 1500, era di rito greco e risaliva al VI-VII sec. Il suo stemma, con le lettere greche alfa e omega capovolta, è rimasto sulle facciate dell’attuale Chiesa Madre e della Chiesa Madonna della Grazia. La zona sud del centro storico galatonese presenta costruzioni sotterranee e cripte dei monaci basiliani, oggi distrutte e sepolte, ed è probabilmente il nucleo urbano più antico.

Chiesa dell’Odegitria, interno, parte absidale
Chiesa dell’Odegitria, interno, affresco centrale: la Madonna e S.Eligio
Chiesa dell’Odegitria, interno: particolare affreschi della volta

Ma la storia bizantina è dimenticata e trascurata anche nella nostra scuola. Don Sebastiano critica la distruzione dei valori della cultura del Sud, operata dalla storia ufficiale e dalla politica. La prima è contraria alle realtà storiche vere dei popoli meridionali, legati per secoli a Costantinopoli, l’antica Bisanzio. Non riconosce il bene venuto da quella città e che “si riflette anche oggi nelle sane tradizioni, nei valori morali, religiosi, culturali, artistici della nostra gente”. Gli uomini politici, se non vogliono fare delle due Italie “un mostro di Stato deforme”, prendano provvedimenti per un “autonomo sviluppo, confacente alla mentalità della gente meridionale di ogni singola regione”.

Don Sebastiano c’infonde l’amore per il nostro passato e le nostre città. Accusa i “responsabili che detenevano il potere”, ecclesiastici e civili, di aver distrutto la Chiesa Cattedrale greca dicendo al popolo che era crollante. “La verità è che bisognava far scomparire tutto ciò che di grecità era rimasto in mezzo alle popolazioni del Salento già quasi del tutto latinizzate”.

Egli denuncia anche chi dimostra, oggi, indifferenza e disprezzo verso il nostro patrimonio storico-artistico. Ci informa che un professionista di Galatone rimproverò un consigliere comunale per aver dato l’approvazione al recupero della Chiesa dell’Odegitria, invece di adoperarsi per raderla al suolo. “Quanta ignoranza -è la sua risposta- e quanto disamore per le cose del nostro passato, che sono quelle che ci onorano”! E’ piacevole, nei suoi libri, il ricordo-racconto di incontri e colloqui con forestieri per le vie del paese. Essi apprezzano il nostro centro storico: come i due coniugi baresi, la famiglia di Rovigo o il giovane studente greco. Questi gli esprime l’ammirazione per le bellezze di Galatone e la vergogna per le “autorità così incuranti che lasciano perdere cose tanto pregevoli”. Ed egli commenta: “Quanto dettomi da quel giovane greco a me pare sia una molto amara verità”.

Don Sebastiano era come un nostro caro familiare, una di quelle persone che non possiamo sostituire con nessun’altra al mondo.

LO SGUARDO DI ALBERTO

PER LUI -DOPO IL LIBRO- UN ALTRO MEMORIAL E UN NUOVO MURALES

Per gentile concessione della famiglia, scelgo questa immagine stupenda di Alberto per accompagnare il “Comunicato Stampa” del padre Luigi Colitta. Alberto, come sapete, è il ragazzo con la passione del calcio scomparso per una grave malattia all’età di 14 anni. Il padre, per ricordarlo, ha scritto e pubblicato di recente il libro “Lì dentro non c’è un ragazzo grande”, edito dalle “Edizioni Esperidi” e il cui ricavato va alla AIL, Associazione Italiana contro le Leucemie, di Lecce. “E’ stato un successo tanto clamoroso quanto inaspettato che costringe alla ristampa -ci comunica Luigi Colitta- considerate le richieste che ancora giungono e le varie iniziative in corso che mirano ad esportarlo oltre i confini della nostra città. E’ mio dovere ringraziare tutti per l’incredibile partecipazione sia alla presentazione del 27 nov. 2018 al Palazzo Marchesale che in quella del 9 dic. 2018, giorno del decennale della morte di Alberto, nella Parrocchia del S. Cuore. Ringrazio inoltre quanti si sono adoperati al mio fianco per la migliore riuscita. Da “Edizioni Esperidi” al Sindaco e a tutta l’Amm.ne Com.le, all’Ass.ne Ail di Lecce e a tutti gli ospiti prestigiosi delle presentazioni ufficiali”.

Oltre alla ristampa del libro sono state programmate varie iniziative, come un’altra edizione del “Memorial Alberto Colitta” e un nuovo Murales in un luogo più visibile. Quel ragazzo suscitava e suscita sempre in tutti noi uno sguardo e un sorriso coinvolgenti.

BUON COMPLEANNO, ALBERTO!

14 gennaio 2019. Siamo entrati nella casa di Alberto Colitta, nella sua stanza rimasta sempre uguale. Oggi avrebbe compiuto 25 anni: 14 gennaio 1994-9 dicembre 2008. Giocava nei “Giovanissimi” della sua città ed era stato opzionato dalla Società dell’inter. Una grave malattia ha portato via Alberto. Alberto è vivo. Parla al cuore e all’intelligenza di chi cerca di tutelare i valori più importanti della vita: la salute, il territorio, l’ambiente. Lui ha cercato di affermare questi valori e quelli dell’amicizia, del rispetto, della correttezza, nella sua pur breve esistenza.

Gli amici Alessandro e Angelo salutano Alberto, dopo un gol

Un amico gli ha dedicato dopo la morte un murales, che si trova in una stradina della stazione ferroviaria della sua città. Nascosto e sottoposto all’usura del tempo! L’augurio, in occasione del suo 25° compleanno, è che si realizzi una nuova opera in un luogo più accessibile. E che si possa al più presto attuare la ristrutturazione del “Centro Sportivo Polivalente” a lui intitolato. Amici e compagni di squadra lo salutano sempre, sul campo, dopo un gol. Oggi, sul mio profilo di Facebook “Enzo Vaglio” e sul mio canale YouTube, gli ho dedicato un video. “Alberto è sempre con noi”!